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Quello che sta facendo Salvini è legale? - Catawelt

Quello che sta facendo Salvini è legale? Si possono chiudere i porti e respingere le navi? In linea generale sì, in questi casi no: lo dicono decine di leggi e regolamenti nazionali e internazionali violati in questi giorni

 

Cerchiamo di analizzare la situazione respingimenti nel Mediterraneo. Andiamo oltre le opinioni personali e vediamo cosa dicono leggi e trattati, italiani e internazionali, a proposito. Proviamo così a chiarire se le mosse di Salvini e del governo sono legali o meno, a prescindere da ogni giudizio personale. Iniziamo dando delle risposte a qualche domanda.

È un obbligo salvare le vite in mare?

Si. La Costituzione italiana, all’articolo 2, afferma che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo […]”. Esistono quindi dei diritti naturali che appartengono all’uomo e prescindono dall’esistenza stessa dello Stato. Tali diritti naturali, essendo costitutivi della natura umana, non sono legati a nessuna cittadinanza e devono essere garantiti ovunque nel mondo. Il riferimento fondamentale per determinarli è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. All’Articolo 3 si afferma ad esempio che “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona“. Questi diritti devono essere dunque garantiti ovunque, precedendo qualsiasi legislazione nazionale

Il diritto internazionale (come la convenzione di Montego Bay) impone poi agli Stati di obbligare le navi che battono la propria bandiera nazionale a prestare assistenza a chiunque venga trovato in mare in pericolo di vita. Le navi dovranno poi fornire le prime cure e trasferire in un luogo sicuro chi è stato recuperato, oltre che informare le autorità competenti.

È reato non prestare soccorso a chi si trova su queste navi?

Si. L’Italia regola la navigazione attraverso il proprio Codice della Navigazione. Secondo tale codice l’omissione di soccorso in mare costituisce reato ai sensi degli articoli 1113 e 1158. L’articolo 1113 recita che “Chiunque, nelle condizioni previste negli articoli 70, 107, 726, richiesto dall’autorità competente, omette di cooperare con i mezzi dei quali dispone al soccorso di una nave, di un galleggiante, di un aeromobile o di una persona in pericolo ovvero all’estinzione di un incendio, è punito con la reclusione da uno a tre anni“.

L’articolo 1158 invece recita “Il comandante di nave, di galleggiante o di aeromobile nazionali o stranieri, che omette di prestare assistenza ovvero di tentare il salvataggio nei casi in cui ne ha l’obbligo a norma del presente codice, è punito con la reclusione fino a due anni. La pena è della reclusione da uno a sei anni, se dal fatto deriva una lesione personale; da tre a otto anni, se ne deriva la morte. Se il fatto è commesso per colpa, la pena è della reclusione fino a sei mesi; nei casi indicati nel comma precedente, le pene ivi previste sono ridotte alla metà“.

In Italia sono dunque obbligati a prestare soccorso tutti i soggetti, sia pubblici che privati, che abbiano notizia di una nave o persona in pericolo in mare, qualora il pericolo di vita sia imminente e grave e presupponga la necessità di un soccorso immediato.

La nave Aquarius
La nave Aquarius

Perché le navi delle ONG che soccorrono non approdano a Malta?

Tutti gli stati che si affacciano sul Mar Mediterraneo, secondo la Convenzione di Amburgo, hanno una zona SAR che sono tenuti a mantenere. Le zone SAR (Search and Rescue, ovvero Ricerca e Soccorso) sono aree in cui è stato diviso tra i vari Stati lo spazio di mare del Mediterraneo e non corrispondono alle acque territoriali ma si estendono oltre, anche nelle acque internazionali. A tal proposito, quando si sente dire che l’Italia soccorre le navi anche oltre le sue acque territoriali, ciò è dovuto al fatto che l’Italia ha il dovere di assicurare la ricerca e il salvataggio nell’intera sua regione SAR, che si estende oltre i confini delle proprie acque territoriali. Ogni stato ha competenza sulla propria zona SAR e le SAR dei singoli paesi devono coordinarsi tra di loro

Malta, nonostante le sue ridotte dimensioni, è responsabile di una zona SAR molto vasta. Le autorità maltesi si sono dunque avvalse sinora della cooperazione dell’Italia per il pattugliamento della propria zona di responsabilità, data la sua impossibilità di gestione di uno spazio così vasto. È prassi che il Centro di Coordinamento SAR maltese non risponda alle imbarcazioni che la contattano né intervenga se interpellato dal Centro di Coordinamento SAR italiano. La mancata risposta di Malta però non esime l’imbarcazione che ha avvistato la nave in panne dall’intervenire. Dunque al rifiuto o alla mancata risposta di Malta deve intervenire la SAR italiana. Libia e Tunisia non hanno poi una zona di responsabilità SAR definita. L’area di mare confinante con le acque territoriali libiche non è dunque sotto la responsabilità di alcuno Stato.

Aggiungiamo poi che, come fa notare l’esperto di diritto internazionale Fulvio Vassallo Paleologo, “Malta non ha mai sottoscritto modifiche della convenzione di Amburgo e della convenzione Solas. Queste norme prevedono che lo sbarco avvenga nel paese che ha coordinato i soccorsi e da sempre in quel tratto di mare i soccorsi sono stati coordinati dall’Italia. Quindi, in base al diritto internazionale e alla prassi, i soccorsi coordinati dall’Italia hanno sempre indicato un porto di sbarco italiano”.

Cos’è il luogo sicuro dove portare le persone salvate e perché non è sempre quello più vicino?

Con luogo di sicurezza si intende il luogo in cui può essere garantita l’incolumità e l’assistenza sanitaria dei sopravvissuti. L’operazione SAR non si esaurisce con il solo salvataggio in mare perché i naufraghi devono essere condotti dove possono essere fornite loro le garanzie fondamentali. Tali garanzie includono quelle sanitarie, la sicurezza di non essere sottoposti a tortura e la possibilità di presentare la domanda di protezione internazionale. L’individuazione di tale luogo spetta alla SAR che coordina l’azione di salvataggio. Se invece ci si trova nelle acque territoriali di uno Stato resta la competenza esclusiva di tale Stato.

Non sempre però il luogo sicuro è lo Stato costiero più vicino a dove avvengono le operazioni di soccorso. Non vengono considerati porti sicuri infatti quelli di paesi dove sussiste la possibilità di essere perseguiti per motivi religiosi, etnici e politici o essere esposti a minacce della propria vita e della propria libertà. Uno di questi luoghi è la Libia, con documentati episodi di abusi. La Libia inoltre non ha ratificato né la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati nè le varie Convenzioni sui diritti umani.

I trasferimenti avvengono in Italia per il motivo che, per tutte le persone soccorse tra LIbia e Italia, essa è il primo porto sicuro. Libia, Tunisia e Malta infatti non sono in grado di gestire questi sbarchi e di occuparsi in maniera efficiente delle persone a bordo. Questo perché non rispettano i diritti umani (nel caso della Libia) o perché troppo piccole e non attrezzate (nel caso di Malta).

Un'operazione nel Mar Mediterraneo
Un’operazione nel Mar Mediterraneo

L’Italia può chiudere i porti e respingere le navi che hanno effettuato i soccorsi?

Parlando in termini generali l’Italia è uno stato sovrano e in quanto tale il governo può negare l’attracco a una nave che batte bandiera straniera se sospetta una violazione delle leggi italiane. A tal proposito viene citato l’articolo 19 della Convenzione ONU sul diritto del mare del 1982, ratificata dall’Italia nel 1994. Le nazioni però non possono chiudere i porti a loro piacimento e a prescindere dalla situazione ma devono rispettare leggi e trattati vari.

Dario Belluccio dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) dice a proposito che “questa chiusura può avvenire, ma con dei limiti ben precisi”. Belluccio spiega che “nel caso dell’Aquarius, (la nave accolta poi dalla Spagna, ndr) la nave trasporta dei naufraghi che sono stati soccorsi sotto il coordinamento delle autorità italiane, quindi l’Italia è responsabile per la sorte di queste persone. Sottraendosi a questa responsabilità violerebbe norme e trattati internazionali”. Inoltre “a bordo ci sono sette donne in gravidanza, undici bambini e un centinaio di minori, ed è stato dichiarato che ci sono viveri per poche ore”. Questa è a tutti gli effetti una situazione di pericolo e in un caso del genere non è possibile impedire a una nave straniera di attraccare”.

Cosa dicono la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la Convenzione di Ginevra

L’eventuale chiusura dei porti a tali navi viola varie norme internazionali sui diritti umani. Tra questi gli articoli 2 e 3 della CEDU (Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo) se le persone soccorse necessitino di cure mediche o generi di prima necessità come acqua e cibo che il rifiuto di accesso al porto dovesse negare (come di fatto è stato, dato che i generi alimentari presenti a bordo dell’Aquarius, la nave respinta e mandata in Spagna, erano sufficienti per poche ore). Un’altra violazione sarebbe quella del principio sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra che sostiene che “Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche“.

Inoltre il rifiuto di accogliere tali navi in un porto italiano impedisce che possano essere valutate le singole situazioni delle persone soccorse. Sostanzialmente il respingimento di massa impedisce di stabilire se a bordo siano presenti persone con tutti i pieni diritti di essere accolte. A tal proposito si viola l’articolo 4 del Protocollo numero 4 del CEDU che afferma chiaramente: “Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate“.

L’Italia era già stata condannata

I respingimenti di questi giorni si stanno configurando proprio come dei respingimenti collettivi e dunque illegali. L’Italia è stata già condannata in passato per la stessa vicenda. All’epoca dei governi Berlusconi la Corte europea dei diritti dell’uomo la condannò per aver effettuato respingimenti illegali di massa. Se Salvini continuasse su questa linea la Corte sarebbe obbligata ad aprire nuovi procedimenti giudiziari nei confronti dell’Italia. Belluccio dell’Asgi aggiunge che “Se poi malauguratamente alle persone a bordo dovesse succedere qualcosa di grave o se addirittura morissero, l’Italia dovrebbe rispondere anche al livello penale di quanto successo, quantomeno in termini di omissione di soccorso, perché Roma ha gestito il coordinamento delle operazioni e ne è responsabile”.

Non si possono respingere a prescindere i richiedenti asilo

Tutte le persone a bordo delle navi respinte avevano intenzione di richiedere una forma di protezione internazionale (asilo politico o altre) e devono dunque essere considerate richiedenti asilo. Tale condizione, a norma del Testo Unico sull’immigrazione del 1998, modifica il trattamento che per legge esse devono avere dalle autorità italiane. L’articolo 10 di questo Testo regola i respingimenti che non possono essere effettuati “nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari”. La legge italiana vieta dunque di respingere persone che chiedono una forma di protezione internazionale. Poiché tutti i migranti salvati, e ora respinti, hanno diritto a farne richiesta non sussiste alcuna base legale che permetta di respingerli prima che essi ne abbiano avuto la possibilità.

Altre convenzioni violate

L’Asgi afferma che, nel caso di un salvataggio di una nave di migranti effettuato sotto il coordinamento italiano, l’eventuale respingimento e chiusura di un porto viola: – la convenzione sulla salvaguardia della vita umana in mare (Convenzione Solas del 1974, ratificata dall’Italia nel 1980); – la convenzione internazionale sulla ricerca ed il soccorso in mare (Convenzione Sar del 1979, ratificata dall’Italia nel 1989); – la convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Convenzione Cnudum o Unclos del 1982, ratificata dall’Italia nel 1994).